martedì 7 giugno 2011

Il mio primo racconto

Il 16 maggio è iniziata una nuova avventura: il Laboratorio pratico di scrittura creativa con Gianluca Morozzi (primo livello). Dopo tre lezioni devo ammettere che ho fatto proprio bene ad iscrivermi... mi piace un sacco! 
Al termine di ogni lezione ci viene assegnato un compito a casa da fare per la lezione successiva. Il primo esercizio è stato scrivere un racconto utilizzando una delle 4 (+1) forme di ispirazione. Questo è ciò che ho scritto.

UNA VITA PER DUE
“Ci siamo. Inizia a contare alla rovescia partendo da 10.”
“10... 9.... 8.....”
“Ciao!” Lei sussulta e si volta di scatto. Davanti a sé un ragazza, sua coetanea o poco più, che la guarda sorridendo. “Mi chiamo Giulia, e tu?” Roberta continua a fissarla stranita, non tanto da lei quanto da quella situazione che le pare assurda. “Come diavolo ci sono finita qui? Dove sono? Chi è questa ragazza?” pensa, mentre si rende conto di non essersi ancora presentata. “Ciao. Io sono Roberta” risponde con voce insicura, troppo occupata a guardarsi intorno per prestare la dovuta attenzione a chi le sta di fronte. Sono circondate da una fioca luce crepuscolare da cui si intravede un velo di foschia che arriva fino all'orizzonte. Le sembra quasi di trovarsi in aperta campagna, dove per chilometri e chilometri si estendono solo campi, ma quello che stava calpestando non era né terra, né ghiaia, né erba... “Che strano...” dice tra sé e sé. “So che sei spaesata e spaventata, ma non temere, tra qualche ora sarà tutto finito.” “Ho idea che tu sappia qualcosa che a me sfugge. Dove siamo? Che cosa sta succedendo?” “Vieni qui, sediamoci.” le risponde indicando una panchina alle sua spalle. Roberta raccoglie l'invito, si avvicina e si siede. Giulia, con il volto illuminato da un'espressione di profonda serenità, inizia il suo racconto: “So che sei malata e che fai dialisi ormai da due anni.” In quello stesso istante, Roberta avverte un brivido freddo, che fulmineo corre lungo la schiena. Le manca il respiro, vorrebbe chiederle come fa a sapere queste cose, ma la voce resta soffocata in gola. “Le tue pene stanno per finire. Come ti ho detto, ancora poche ore e tutto sarà finito. Stavo partendo per Trento con Federico, il mio ragazzo. Eravamo in rotta da un po', io stavo preparando la tesi e già progettavo di andare a specializzarmi a Londra. Lui non l'ha presa proprio bene. Questa mia decisione ci stava allontanando, mi sono sentita trascurata al punto da cercare calore tra le braccia di un mio compagno di studi. Che cosa stupida, lo so. Io amo Federico e lui ama me! In questo breve viaggio volevamo entrambi la stessa cosa: appianare le divergenze ed essere di nuovo felici insieme. A Trento non ci siamo mai arrivati.” Roberta ascolta in silenzio, immobile. Ad ogni parola sente sempre più opprimente un peso sullo stomaco. L'unica cosa che può mettere fine alle sue pene è un trapianto, ma per avere un rene qualcuno deve morire... “Siamo partiti verso le 5 del pomeriggio da casa di Fè a Spezzano. Nessuno dei due poteva immaginare che da lì a qualche minuto sarebbe definitivamente cambiato il corso delle nostre vite. Si parlava del più e del meno, la radio accesa in sottofondo. Stavo guardando fuori dal finestrino. Non mi sono nemmeno accorta di quello che stava succedendo. All'improvviso solo un grande rumore, la brusca frenata, il mio corpo sbalzato avanti e rischiacciato sul seggiolino dalla cintura di sicurezza. Ci ho messo un po' prima di riuscire a riaprire gli occhi per qualche istante... non riuscivo a muovermi, ero circondata ovunque da lamiera e sangue. Volevo chiamare Fè ma non riuscivo a trovare il fiato per pronunciare quella sola sillaba. Nel frattempo iniziavo a riprendere coscienza del mio corpo, provavo a muovere le dita delle mani, i piedi, un braccio, una gamba... Niente, solo un gran dolore che cominciava ad affiorare. Mi sono resa conto di essere in trappola. Pochi istanti dopo, mentre sentivo la sirena dell'ambulanza sempre più vicina, ho perso i sensi. La mia agonia è durata 2 giorni. Due giorni in rianimazione a Modena, avevo tubi e fili ovunque, medici ed infermieri che entravano e uscivano, ogni volta sempre più rassegnati all'estrema gravità delle mie condizioni. I miei genitori, entrambi medici, nonostante l’agghiacciante consapevolezza che ero in fin di vita, continuavano a pregare e sperare che avvenisse un miracolo. Il miracolo ci sarà, anzi, il miracolo sta avvenendo in questo momento, mentre noi siamo qui a parlare, anche se non è il miracolo che hanno chiesto loro.” Roberta ha capito già da un po' che Giulia è il suo angelo. Le lacrime le stanno rigando il viso ed ora anche i singhiozzi, prima trattenuti, le spezzano i flebili respiri. Quel macigno le sta togliendo quel poco d'aria che a mala pena riesce a raggiungere i polmoni. “La mia vita è finita, ieri sera, poco prima che qualcuno ti chiamasse per darti la notizia che da tanto aspettavi: c'è un rene. La tua nuova vita sta per cominciare. Sono sicura che andremo d'accordo io e te. Mi piaci sai? Sensibile e testarda, una che affronta la vita a testa alta, che non si è mai tirata indietro di fronte alle sfide. Continua così, perché ora hai anche la mia di vita da vivere e io non voglio stare nel corpo di una rammollita!” Le due ragazze si guardano fisse negli occhi e d'un tratto scoppiano a ridere. “Rammollita a chi? Guarda che io alla morte ho stretto la mano un paio di volte, ma poi l'ho pure mandata a quel paese!” “E hai fatto bene! Robby, non ti dispiace se ti chiamo così, vero?” “No, anzi, mi fa piacere” “Bene. Dicevo, Robby, è rimasto poco tempo per parlare, stai per svegliarti, stiamo per rinascere. Smettila di piangere, non è colpa tua se sono morta, ma è anche merito tuo se continuerò a vivere.” “Hai ragione...” Roberta tenta invano di asciugare le lacrime che scendono ancora dai suoi occhi lucidi, mentre dalle sue labbra nasce un sorriso. Si allunga verso Giulia e la stringe in un fortissimo abbraccio, sussurrandole nell'orecchio la sola parola che in quel momento riusciva a dire: “Grazie...”
“Roberta... Roberta, svegliati!” Roberta, intravedendo un uomo con cuffia e mascherina verde che le sta parlando, si rende conto di essere nuovamente in sala operatoria. “Abbiamo finito, l'intervento è andato bene, dobbiamo solo aspettare che il rene parta. Non preoccuparti, è un organo giovane e sano, vedrai che andrà tutto per il meglio. Ora ti portiamo in camera tua così puoi riposare, ok?” Roberta accenna un si con un timido movimento del capo, poi richiude gli occhi “Grazie...”

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